Cari proprietari, in questa giornata estiva, voglio parlarvi di una patologia batterica che quel disgraziato di Figaro si è preso l’emobartonellosi.
L’emobartonellosi è una malattia infettiva sostenuta dagli emoplasmi, batteri che si attaccano alla superficie dei globuli rossi e possono causarne la rottura
(emolisi), talvolta provocando anemia. So parla infatti di Anemia Infettiva Felina.
Chi causa l’emobartonellosi nel gatto?
Sono tre le specie più diffuse di emoplasmi che causano l’emobartonellosi nel gatto:
Mycoplasma haemofelis: è la specie più patogena
Candidatus Mycoplasma haemominutum
Candidatus Mycoplasma turicensis
La prevalenza delle tre specie varia a seconda dell’area geografica e del tipo di popolazione felina (gatti malati vs. sani, randagi vs. domestici).
Sono state identificate infezioni da emoplasmi felini in tutto il mondo, inoltre, sono stati anche documentati casi di emoplasmosi in felidi selvatici, inclusi i gatti selvatici europei.
Come può il gatto contrarre l’emobartonellosi?
La modalità di trasmissione naturale dell’infezione non è ancora stata confermata; gli studi non supportano in modo convincente il ruolo dei vettori (come le pulci) nella trasmissione, anche se storicamente sono stati considerati agenti a trasmissione vettoriale; per le zecche la trasmissione non è dimostrata sperimentalmente e anche le zanzare non sembrano essere vettori biologici.
La trasmissione verticale (attraverso la placenta della mamma) è possibile ma non confermata nei gatti.
La trasmissione tramite morsi (gatti aggressivi) è considerata la più probabile, soprattutto in soggetti con elevata carica batterica nel sangue, mentre la trasmissione tramite grooming no, infatti gli ultimi studi hanno mostrato che solo l’inoculazione sottocutanea di sangue contenente emoplasmi (e non la saliva) causa infezione.
Altro modo in cui un gatto può contrarre l’emoplasmosi è tramite una trasfusione di sangue: i donatori dovrebbero essere sempre testati per gli emoplasmi.
I maschi comuni europei, di età avanzata e con accesso all’esterno hanno una maggiore probabilità di contrarre l’infezione proprio perché vanno in giro ad attacare briga. Va da sé che gatti affetti da infezioni quali FIV/FeLV sono più predisposti a manifestare la malattia clinicamente, così come quei gatti che hanno
già anemia associata a infezione.
Quali sono i sintomi dell’emobartonellosi nel gatto?
Essendo gli emoplasmi dei batteri che “rompono” i globuli rossi potrebbe succedere che il nostro gatto sviluppi anemia. Non è comune che questa anemia divenga sintomatica, spesso infatti il riscontro è incidentale: ad esempio per Figaro è successo che quando l’ho dovuto sedare per la rimozione del filo d’erba in gola, facendogli gli esami del sangue mi sono accorta dell’anemia e quindi mi sono subito mobilitata nella ricerca della causa! Figaro era completamente asintomatico e soprattutto, non so se vi ricordate, ma era reduce da un brutto ascesso che può aver contribuito al peggioramento dell’anemia. I segni clinici più comuni associati alle infezioni emoplasmatiche acute nei gatti includono:
Letargia
Debolezza
Inappetenza
Disidratazione
Perdita di peso
Febbre intermittente (> 39,2 °C)
Altri segni clinici che indicano un quadro più grave possono comprendere:
Pallore delle mucose (dovuto all’anemia)
Splenomegalia (ingrossamento della milza)
Tachicardia e tachipnea nei casi gravi
Polsi femorali deboli o ampi
Soffi cardiaci comparsi improvvisamente
Ittero (non comune, ma possibile)
Linfonodi periferici ingrossati (es. sottomandibolari o poplitei)
In genere, l’infezione cronica non è associata a segni clinici evidenti. Tuttavia, è possibile una riattivazione dell’infezione, con conseguente comparsa di malattia.
La forma acuta può causare anemia grave, talvolta fatale, specialmente con M. haemofelis, anche in gatti immunocompetenti; in alcuni casi si osserva solo lieve anemia.
Come si diagnostica l’emobartonellosi nel gatto?
La diagnosi, come avrete capito, viene fatta mediante un esame del sangue. È possibile effettuare uno striscio ematico, ovvero mettere una goccia di sangue sul vetrino, colorarlo con dei coloranti appositi e osservarlo al microscopio. La citologia può mostrare emoplasmi attaccati ai globuli rossi. Tuttavia, la sensibilità è bassa (0–37,5%), utile solo in infezioni acute con alti livelli di batteriemia. La citologia non distingue poi le diverse specie. La PCR è il metodo diagnostico migliore per rilevare il DNA emoplasmatico. Può differenziare le specie e identificare co-infezioni. È più sensibile e specifica della citologia. La PCR quantitativa (qPCR) consente
anche il monitoraggio della risposta al trattamento. Il prelievo di sangue per PCR va effettuato prima dell’inizio della terapia antibiotica, poiché i livelli batterici possono calare rapidamente.
Come si cura l’emobartonellosi nel gatto?
Non si raccomanda il trattamento di gatti infetti se clinicamente sani, ma nel caso di anemia si può iniziare il trattamento con antibiotico.
Il trattamento con doxiciclina per 2 settimane è solitamente efficace contro M. haemofelis, ma può non eliminare completamente l’infezione. In caso di persistenza oppure di quadro clinico particolarmente compromesso, è stato descritto un protocollo di 28 giorni di doxiciclina seguito da 2 settimane di
marbofloxacina. Questo approccio è raccomandato solo nei casi gravi, recidivanti o in presenza di coinfezioni.
L’uso di corticosteroidi non è raccomandato, a meno che non ci sia un forte sospetto di anemia emolitica autoimmune concomitante.
In caso di anemia grave può rendersi necessario un trattamento di supporto mentre si attende che la terapia antibiotica faccia effetto:
Terapia fluida per correggere disidratazione
Stimolazione dell’appetito o alimentazione assistita
Trasfusioni di sangue, se l’anemia è grave
Ossigenoterapia se necessaria
Il gatto con emobartonellosi guarirà?
La prognosi per i gatti infettati da M. haemofelis varia in base alla gravità della malattia e alla tempestività del trattamento. In generale, è favorevole se il trattamento viene iniziato precocemente nei casi di anemia. L’anemia può risolversi in pochi giorni o settimane con terapia adeguata, ma in alcuni casi può essere
necessaria una trasfusione.
Le infezioni da “Ca. M. haemominutum” e “Ca. M. turicensis” sono spesso subcliniche e hanno una prognosi eccellente. Tuttavia, nei gatti immunocompromessi o con infezioni concomitanti, possono causare malattia significativa.
La recidiva clinica è rara una volta che l’infezione è stata risolta, ma la PCR può rimanere positiva a lungo per la presenza di DNA batterico residuo o infezione cronica latente.
La prevenzione:
Essenziale è limitare le lotte tra i gatti: evitare l’accesso all’esterno o i contatti tra gatti aggressivi può ridurre il rischio di trasmissione. Non è richiesto invece l’isolamento di gatti infetti se vivono in ambienti multi-gatto stabili e non aggressivi. Buona norma è testare i donatori di sangue con PCR anche in assenza di segni clinici. Spesso però una donazione viene fatta in urgenza e comprendo la difficoltà nell’eseguire tutti i controlli del caso.
Nei gatti che vanno fuori ha senso fare il test per i Micoplasmi come screening quando si fanno gli esami di routine. Io in Figaro l’ho scoperta del tutto per caso con normali esami di screening.
Sebbene il ruolo delle pulci sia poco chiaro, è comunque raccomandata una regolare prevenzione antiparassitaria.
Attualmente non esiste un vaccino disponibile contro gli emoplasmi felini.
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Sono la Dott.ssa Valentina Chiapatti, Medico Veterinario, mi occupo principalmente di anestesia e pronto soccorso. Dopo dieci anni di lavoro in cliniche di referenza mi sono accorta di come mancasse un efficace canale di comunicazione tra i proprietari di cani e gatti e la classe medica. I falsi miti, le dicerie, e la scarsa consapevolezza su molte malattie che colpiscono cane e gatto mi hanno spinto a creare il blog informativo, una pagina Facebook, un canale YouTube e un profilo Instagram per diffondere il più possibile informazioni corrette.
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